LA BLANCHE ALCHIMIE

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Tutto, dal nome del gruppo alla copertina del disco, suggerisce l’atmosfera maudite dei La Blanche Alchemie, pesante di nebbie e maledizioni che iniziano dai testi e finiscono nei ricami di archi e pianoforti che puntellano l’intero album. I testi, si diceva, perché ad un primo ascolto (ma anche dopo un’attenta lettura) risultano essere intrisi in un immaginario poetico spaziante da T.S. Eliot al gotico. Versi che assomigliano più alla poesia pretenziosa che alla canzonetta, e che tutto sommato riescono ad insinuarsi nel tessuto musicale meglio di quanto sembri. Una voce femminile canta di un’epica confusa piena di vergini e agenti atmosferici, unghie e sangue, dolori e ombre, regine, veleno e morti. Qualcosa che starebbe benissimo in un disco metal-qualcosa e che invece viene inzuppato in una malinconia acustica che si concede di tanto in tanto ad un’elettronica precisa e a ritmiche incalzanti. Non manca un piglio da cantautrice agguerrita, alla maniera di Frida Hyvonen e Beatrice Antolini, e variazioni più classiche che richiamano senza clamore al rock dei Garbage (“The Kingdom”). Curioso e divertente poi il ruolo del pianoforte, che quasi onnipresente riesce a piazzarsi perfettamente tra l’atmosfera leggera e quella più purpurea dei pezzi, arrivando a costruire melodie che anche senza il cantato potrebbero reggersi di un’interessante indipendenza. Finale nota di merito per “Contaminazione bianca”, unica traccia in italiano contenuta nel disco, che grazie a testi finalmente comprensibili (e compresi) riesce a far trasparire con chiarezza e senza fronzoli l’anima più pura dei Blanche Alchemie.